
Lunedì 9 Marzo è stata svolta una lezione ai ragazzi dell’Inter militanti nella categoria “pulcini”.
Nella prima parte del nostro incontro, è stato spiegato a questi giovani calciatori che l’arbitro è proprio come loro, un ragazzo a cui piace il calcio; una persona che ogni domenica scende in campo cercando di dare il meglio di sé.
L’arbitro, proprio come loro, fa sacrifici per concedersi al suo sport: infatti si deve allenare, a volte deve fare più di una partita a settimana, deve andare periodicamente a delle lezioni e ovviamente per fare questo deve sacrificare altri impegni cui tiene.
L’arbitro deve sempre mostrarsi come una persona educata ed equilibrata che appena arriva al campo di gioco deve subito dare un’ottima immagine di sé. La prima impressione anche nella vita vale molto; se un arbitro si presentasse una con cicca in bocca, pantaloni a vita a bassa e occhiali da sole, il dirigente che lo accoglierebbe non penserebbe di certo:”Oh, questo mi sa che arbitra bene”, anzi, tutt’altro… Le società, infatti, sono perfettamente in grado di inquadrare l’arbitro da come si presenta al campo, come si relaziona con tutte le componenti di una partita, come fa “la chiama”; prestando attenzione a svariati particolari che talvolta, magari inconsciamente, sottovalutiamo... (Continua...)
Si è successivamente parlato delle proteste, ricordando ai ragazzi che il regolamento prevede che NESSUNO possa contestare una decisione dell’arbitro, neanche il capitano.
Al massimo il capitano può chiedere dei chiarimenti, ma solo chiarimenti.
Sappiamo però tutti che è difficile che in una partita non ci siano delle proteste: qualsiasi essere umano, se in un campo di calcio (così come nella vita) subisse un’ingiustizia è comprensibile che possa manifestare il suo dissenso. Bisogna poi fare un importante distinguo a seconda del modo in cui questa persona espone il suo malcontento e adattare la propria “contromossa” alla precisa circostanza che ha determinato la situazione venutasi a creare: per l’arbitro questo distinguo è dato dal richiamo verbale (e dalla scelta della modalità con cui effettuarlo) e dalla sanzione disciplinare.
L’arbitro, infatti, di fronte ad atteggiamenti maleducati, violenti e a volte intimidatori, deve ricorrere ai “ripari” facendo richiami verbali decisi ed incisivi, o ricorrendo a cartellini gialli e nei casi più gravi rossi. L’arbitro bravo, sappiamo tutti, è quello che è capace, attraverso la propria personalità, la propria autorevolezza di ottenere ascendenza sui calciatori e farsi accettare anche nelle decisioni, si spera nel minor numero possibile, errate.
Un inciso personale, di cui non ho parlato ai ragazzi dell’Inter perché non ne ho avuto modo (rivolto peraltro più ai miei amici colleghi che a loro) vorrei farlo ora relativamente al tema dell’umiltà. Arbitro la seconda categoria ed è quindi evidente che abbia ancora molto da imparare, ma una cosa credo di averla appresa: gli arbitri in campo devono essere consapevoli che a volte possono sbagliare e che l’importante è non condizionare, una volta che ci si è resi conto dell’errore, le proprie decisioni successive perché si finirebbe per sbagliare sempre più. A quanti di noi è successo di fischiare un fuorigioco che in realtà, mentre stiamo fischiando, ci accorgiamo che non c’è. Ecco, a volte tornare sulle proprie decisioni o più semplicemente dire “scusate mi sono sbagliato” e riprendere con una propria rimessa è un gesto di grande umiltà che esalta a mio parere ancora di più la figura dell’arbitro e della sezione a cui questo ragazzo appartiene. Infatti, innervosiscono i comportamenti di arbitri che prendono una decisione che è palesemente sbagliata ma che, per paura di “perdere la loro autorità” preferiscono andare avanti per quella strada. L’errore sta proprio nel cercare l’autorità: l’arbitro non deve essere autoritario, ma autorevole e sono due concetti ben distinti.
Insieme agli altri ragazzi che con me hanno condiviso questa ennesima meravigliosa esperienza di vita che l’arbitraggio in questi anni mi sta regalando, abbiamo orientato l’incontro su una base interattiva al fine di coinvolgere i giocatori che ci stavano ascoltando, su tematiche prettamente regolamentari. Sono stati così simulati casi di fuorigioco con gli stessi calciatori che hanno svolto il ruolo di attori protagonisti in queste situazioni; si è poi discusso del comportamento antisportivo, del fallo di mano e di situazioni meritevoli di sanzione disciplinare (ammonizione ed espulsione). Siamo rimasti davvero favorevolmente impressionati dalla conoscenza regolamentare di questi ragazzini, evidente frutto di mirate indicazioni che sicuramente sono state date dai loro allenatori e dirigenti societari.
In me, come accennato poco sopra, rimarrà il ricordo di un’altra magnifica esperienza che l’arbitraggio mi ha dato la fortuna di provare.
Andrea Bonato
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